MAGRO A TRINCHIERI: “DOPO AVER PERSO DI 19 CON REGGIO EMILIA LA MIA PANCHINA SCRICCHIOLO’, MA LA SOCIETA’ MI DIEDE FIDUCIA”

Ospite della rubrica di Lba, il coach della Germani si è raccontato all’illustre collega: “Non sopporto la mancanza di rispetto, vado fuori di testa quando i giocatori fanno le facce”

Brescia. Alessandro Magro, coach della Germani Brescia, è stato il primo ospite di “Basketball & Conversations”, la rubrica di LBA in cui gli allenatori della Serie A UnipolSai si raccontano ad Andrea Trinchieri “Quando alleno non ho mai tempo di fare tutte le cose che vorrei, sto andando a fare una cosa che ho sempre desiderato, sedermi con i miei colleghi allenatori, confrontarmi con la persona che c’è dietro l’allenatore, graditissimo ospite coach Alessandro Magro che mi ha portato presso la Tenuta La Montina in Franciacorta”.

Come si sta a Brescia?

“A Brescia si sta molto molto bene, nasco a Castelfiorentino e gran parte della vita la vivo a Siena, spostato a Brescia per me era già una metropoli, si mangia bene, si beve bene”.

Dura di più la delusione della sconfitta o la gioia della vittoria?

“Purtroppo la delusione di una sconfitta, a volte è una cosa che ti tira giù, per questo le vittorie vanno celebrate, non è mai scontato vincere”.

Quanto ci metti a far giocare la tua squadra come un buon vino?

“Ci vuole un po’, non sono un allenatore pronto uso, non sono pronto subito, mi ci vuole qualche mese perché la squadra riesca a provare a capire come vorrei che giocassero insieme. Voglio che si divertano, non devono sentire la pressione, devono godersi la partita, devono lottare e soffrire insieme, devono puntare in alto e dare il massimo insieme”.

Per una giornata hai solo a disposizione il telefono e puoi fare solo telefonate, cosa succede in quella giornata?

“Non l’ho mai provato, ma credo che riuscirei a sopravvivere lo stesso con un buon libro, con un buon film e un buon bicchiere di vino”.

La tua vittoria più bella?

“Forse banale, ma sicuramente la vittoria della Coppa Italia, è la mia prima vittoria di valore che rimane nella storia. Il messaggio finale non è stato far vedere che sono bravo, non fa parte di me, ma è che ci siamo fatti il mazzo in una stagione più difficile rispetto a quella precedente, nella sofferenza con le unghie e con  denti siamo riusciti a fare la cosa più bella in assoluto”.

La sconfitta che fa più male?

“Quella che ci ha cambiato la rotta, quella con Reggio Emilia allenata da Attilio Caja, perdiamo di 19 e la mia panchina scricchiola, momento di grande riflessioni, la società però mi ha rinnovato la fiducia e mi chiede se ho bisogno di qualcosa in termini di mercato, ma io mi fido dei miei giocatori, da lì in poi, per qualità di lavoro e un pizzico di fortuna che non guasta mai, abbiamo fatto 14 vittorie consecutive, con lo stesso gruppo”.

Come definiresti la tua carriera ad oggi?

“E’ una carriera che mi dà soddisfazione, ha avuto il suo tempo, ci sono stati momenti difficili, che dopo Siena non mi aspettavo, momenti che mi hanno fatto vacillare, momenti che mi hanno fatto pensare che non potesse essere questo il mio lavoro, però in questo momento penso di star raccogliendo i frutti dei sacrifici che ho fatto in questi anni”.

Venendo fuori da una realtà come Siena, che ti ha dato un’impostazione, è stato anche un limite che hai dovuto superare quando sei uscito da lì o invece sei riuscito a prendere solo il meglio?

“Ho vissuto quel momento in un momento particolare della mia vita dai 24 ai 32 anni e in quel momento la mia vita e il  modo di lavorare era quello, le esperienze mi hanno fatto cambiare pelle più volte, lasciare la corazza e rimetterla, ora mi prendo solo il meglio di quello che è stato là e cioè apprendere un metodo di lavoro”.

Cosa vuol dire successo per te?

“La cosa che mi sta più a cuore è che uno riesca a lasciare il segno del proprio passaggio, non necessariamente attraverso le vittorie o i trofei, troppo facile, la mia più grande vittoria sarebbe che i giocatori, facendo un percorso con me, possa farli crescere e migliorare e loro te lo riconoscano, perché è quello che mi piace fare di più, guidare le persone ad essere persone migliori e loro aiutano me ad esserlo”.

Il tuo successo è in ugual misura quanto…

“Loro, i miei giocatori, riescano a esprimere il loro talento, se riescono e si divertono e fanno quello che amano fare è più facile che arrivi tutto”.

Ho chiesto con l’intelligenza artificiale di definire un buon allenatore, ci sono andati vicini, competenza, deve conoscere la materia, capacità di comunicare, ti trovi d’accordo?

“Assolutamente si, aggiungerei la capacità di guidare, dettare una visione e convincere gli altri di quella visione, si parte che ognuno ha il suo perché poi deve diventare comune ed è il compito dell’allenatore dire in che direzione si vuole andare. Gestire i momenti buoni e quelli cattivi, smettere di lamentarsi, prendersi le proprie pause, prendersi i momenti per parlare, comunicare è uno dei nostri valori più importanti, bisogna aiutarsi e costruire insieme, brillare, essere umili e ambiziosi. Il nostro lavoro al netto della competenza è molto psicologico, quando fai l’assistente pensi solo alla pallacanestro, quando diventi capo allenatore si apre il ventaglio ed entra tutta questa parte di leadership ed empatia”.

Quando valuti un giocatore cosa guardi, è solo l’aspetto tecnico che guardi?

“L’atteggiamento, come si relaziona con l’allenatore e compagni, come reagisce ad un fischio arbitrale, come reagisce ad un errore del compagno, come reagisce ad un suo errore, credo sia fondamentale, sono le qualità umane che fanno fare il salto di qualità. Oggi, nella costruzione di una squadra, guardo capacità di tirare da tre punti, capacità di creare dal palleggio e l’impatto fisico”.

C’è una cosa che non è negoziabile, che un giocatore non può fare?

“La cosa che non sopporto è la mancanza di rispetto, vado fuori di testa quando i giocatori fanno le facce”.

Cosa farai tra 10 anni?

“Spero l’allenatore, di essere la miglior versione di me stesso, voglio cercare di arrivare al massimo possibile, voglio dare il futuro migliore a mia moglie e mia figlia, sono cresciuto con poco e so accontentarmi di poco”.

Si può giocare a basket senza pick and roll?

“Credo proprio di no”.